50 sfumature di grano

Il modo migliore per raccontare una storia è cominciare dall’inizio e, nel caso dell’agricoltura moderna, l’inizio della storia si chiama Nazareno Strampelli. Originario di Crispiero di Castelraimondo, nei primi anni del ‘900 Strampelli scelse la Piana di Rieti per fondare una cattedra ambulante sperimentale di granicoltura.  Qui portò avanti esperimenti di impollinazione incrociata tra linee di grano selezionate. Il suo obiettivo era ottenere varietà di grano che avessero simultaneamente più caratteristiche vantaggiose, in particolare due: la resistenza alla ruggine (Puccinia recondita), tipica del grano “Rieti”, e la resistenza all’allettamento (ovvero il cedimento delle spighe, troppo lunghe, con le intemperie), tipica di una varietà giapponese. Mettendo inconsapevolmente in pratica quelle che solo pochi anni dopo saranno conosciute come Leggi di Mendel, Strampelli ottenne negli anni ’20 dei risultati tali da destare l’interesse di Mussolini. Dopo diverse segrete visite notturne a Rieti, Musolini riconobbe le conquiste scientifiche raggiunte e decise di intraprendere la “battaglia del grano”, mirata a produrre quantità tali da non rendere più necessaria l’importazione, che all’epoca consisteva nella voce di spesa maggiore del bilancio dello Stato. 

L’obiettivo fu raggiunto, la produzione annua di grano per ettaro in Italia crebbe fino a 16,1 quintali per ettaro (superando di molto quella statunitense, pari a 9,8 quintali per ettaro) e Strampelli, seppur poco interessato alla vita politica, ottenne numerosi riconoscimenti tra cui la nomina a Senatore del Regno da parte del Gran Consiglio del Fascismo nel 1929. Nel celebrare gli indubbi meriti di Strampelli, la propaganda fascista “dimenticò” però alcuni dettagli. Come direbbe Angus Wright “dal punto di vista scientifico, parlare di miracolo è sempre errato e sospetto”. A discapito del beneficio economico sorse ad esempio la necessità di importare, al posto del grano, carburanti e macchinari; inoltre, destinare alla coltivazione di grano porzioni sempre più estese del suolo coltivato portò ad un impoverimento della dieta degli italiani in termini qualitativi e nutrizionali. Sarebbe antiscientifico imputare alla ricerca di Strampelli insuccessi legati semmai ad una forzata applicazione assolutistica del suo lavoro.

Ma cosa resta oggi di Strampelli e dei suoi grani? Restano porzioni di Cina, Russia, Messico, ed Argentina molto più estese dell’intera Italia coltivate con le sue varietà e milioni di vite salvate da morte certa per fame. Non resta, invece, alcun premio Nobel. Difficilmente la comunità scientifica avrebbe riconosciuto tale merito ad un esponente del fascismo, nonostante Strampelli tentò di rifiutare l’incarico di Senatore conferitogli e nonostante non risulti tra i firmatari del “manifesto della razza”. Tale riconoscimento venne però assegnato a Norman Borlaugh nel 1970 per lavori analoghi ai suoi. Strampelli rappresenta senza dubbio un precursore di quella che è stata definita la “Rivoluzione verde”, caratterizzata dalla stessa inversione di paradigma osservata nelle Rivoluzioni Industriali: si è passati dall’usare l’indispensabile per produrre quanto bastava ad impiegare tutto il necessario per produrre il più possibile. Numerosi sono gli effetti deleteri di questo modo di concepire l’agricoltura, tuttavia conditio sine qua non per comprendere la storia è non ridurla ad una mera cronologia di fatti su cui esprimere giudizi, bensì comprenderne la natura concatenata degli eventi per dirigere nella direzione più opportuna i passi di un cammino che dobbiamo continuare a scrivere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: