“Quilli de li paesi”: viaggio tra le rivalità paesane della Conca Amatriciana

C’era quasi un diaframma invisibile che si frapponeva, culturalmente e professionalmente, tra gli abitanti del paese capoluogo e quelli delle frazioni o, come era uso dire “quilli de li paesi”. Così avveniva nella conca amatriciana dove una rivalità latente, ma radicata, divideva due modi di vivere, due realtà differenti. Fino agli anni ’60 del secolo scorso, infatti, i rapporti tra gli abitanti del capoluogo ed i “frazionisti”, seppur sempre amichevoli e cortesi, soffrivano di una certa diffidenza. Da cosa era dovuta? I motivi erano davvero molto futili e, se paragonati al mondo d’oggi, di natura davvero buffa. Infatti i “Matrecciani” o “Matriciani”, come venivano definiti coloro che abitavano ad Amatrice centro, si davano un po’ di arie rispetto a coloro che risiedevano nelle 69 “ville” del comune capoluogo. Ma, oltre a questo, le relazioni interpersonali erano anche incrinate da questioni economiche. Accadeva, il più delle volte, che i “frazionisti” connotassero gli amatriciani come “gabellieri”. Al momento di pagare, infatti, gli abitanti del capoluogo non corrispondevano il giusto prezzo della merce ma tendevano sempre al ribasso. Inoltre la diffidenza degli amatriciani nei confronti di coloro che abitavano fuori dalle mura cittadine era anche dovuto ad uno stile di vita differente. Gli amatriciani, infatti, potevano vantare un sostrato culturale e professionale differente da quello presente nelle frazioni. Nel Capoluogo c’era la Pretura, il gabinetto del medico, lo studio del notaio, dell’avvocato. Nelle frazioni, invece, ci si dedicava prevalentemente all’agricoltura ed alla pastorizia anche se, in diverse realtà rurali, viveva qualche famiglia benestante e di cultura più elevata. Questi ultimi, spesso, avevano anche un’abitazione alla Matrice ma, purtroppo, si portavano sempre dietro il nomignolo derivante dal suo paese d’origine quasi un patronimico di letteraria memoria. Quindi c’era lu Retrosaru (cioè proveniente da Retrosi), lu Sommatellu (cioè colui che proveniva da Sommati), lu Cornillaru (cioè colui che proveniva da Cornillo Vecchio o Nuovo). Nonostante la rivalità, a queste persone “estere” al nucleo amatriciano, era accordato l’appellativo di Sor nonostante la provenienza estera al clan amatriciano.

Ma la cosa che proprio gli amatriciani non potevano sopportare erano i matrimoni che, al giorno d’oggi, vengono definiti misti. Infatti i matrimoni tra amatriciani e frazionisti erano molto rari e diversi erano i modi di concepire il matrimonio. Infatti se una donna delle frazioni andava in sposa ad un amatriciano la ragazza aveva fatto un salto di qualità, indipendentemente dalle potenzialità economiche e culturali delle famiglia del marito. Infatti da una realtà di margine entrava di diritto nella vita della cittadina capoluogo. Diversa, invece, la dinamica matrimoniale per una donna del Capoluogo. Infatti era praticamente impossibile che i “notabili” amatriciani permettessero un’unione con un giovane paesano. Spesso la questione non veniva neppure in essere, ma v’erano delle eccezioni. Il giovane “de li paesi” che sarebbe dovuto entrare nella cerchia amatriciana avrebbe dovuto possedere dei requisiti ben distinti. Un diploma, una laurea o una parentela con un solido patrimonio alle spalle. Insomma pari opportunità al contrario! Tuttavia la sposa non sarebbe mai e poi mai andata ad abitare nella realtà frazionista e quindi si finiva per fissare la dimora della nuova coppia nella Città dell’Amatrice.

Non era inusuale che, come in quasi tutte le realtà locali, venissero raccontati aneddoti che punzecchiassero l’orgoglio degli amatriciani e degli abitanti delle frazioni. Erano sorta di sfottò in rima che, il più delle volte, narravano la realtà e, alcune volte, provocavano anche delle scazzottate tra i rivali.

Al giorno d’oggi questa differenza di modi di pensare e di vivere sembrano essere passati in secondo piano, anche se ancora quando si vuole “canzonare” una persona in un contesto amichevole e giocoso gli si dice: “ Oh ma tu si quillu de li paesi …. ma vattene!”.

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