Terminillo, il “piccolo” confine

“Nam veneror, seu stipes habet desertus in agris
seu vetus in trivio
florida serta lapis,
et quodcumque mihi pomum novus educat annus,
libatum agricolae ponitur ante deo.”

Tibullo, I Elegia

 

“Io infatti, sia che un tronco abbandonato nei campi o un’antica pietra nel trivio rechi corone di fiori, li onoro e ogni frutto che per me il nuovo anno produce viene offerto come una primizia al Dio del contadino.” Cosa c’entra questo verso del poeta romano con la Montagna di Roma? Il poeta fa riferimento alla ritualità della religione agreste romana: la superstitio. Per i romani la superstizione non è affatto un difetto! Al contrario, per gli antichi la superstizione è il rispetto dei rituali e dei doni che vanno dedicati scrupolosamente ad ogni divinità. Nella religione agricola, una delle divinità più importanti, insieme a quelle della fertilità, è il confine. In effetti, uno dei temi principali di dibattito tra agricoltori sono i limiti delle proprietà che spettano a ciascuno, le eredità e l’utilizzo degli spazi comuni. Il dio principale del confine era allora Terminus, la cui festa cadeva il 23 febbraio,le Terminalia, durante la quale venivano poste corone di fiori e focacce sulle pietre di confine.

La particolarità di questo culto, quello che lo lega alla Sabina particolarmente, è che fu proprio un re sabino di Roma, Numa Pompilio ad introdurlo a Roma. Era infatti un culto sabino prima di diventare romano. Potremo parlare dell’influenza che questo ha avuto sulla concezione occidentale della proprietà privata, ma per ora passiamo. Possiamo vedere che questo culto sabino non è mai scomparso nella Provincia di Rieti. Tra le tradizioni rurali rimane sempre un po’ di quello scrupolo chiamato superstitio, e che anche quando la religione è diventata il cristianesimo, non ha mai abbandonato i prudi contadini.

 

« E l’uomo che [i nostri antenati] lodavano, lo chiamavano buon agricoltore e buon colono; e chi così veniva lodato stimava di aver ottenuto una lode grandissima. Ora, reputo sì coraggioso e solerte nel guadagnare chi si dedica alla mercatura, ma, come dicevo sopra, soggetto a pericoli e sciagure. Dagli agricoltori, invece, nascono uomini fortissimi e soldati valorosissimi, e il loro guadagno è giusto e al riparo da ogni insicurezza, nulla ha di odioso; e coloro che si dedicano all’agricoltura non sono tratti a cattivi pensieri. »

Marco Porzio Catone, De re rustica, Praefatio.

Durante una uscita fotografica sopra ai monti di Antrodoco, in particolare sul Monte Nuria, davanti ad un piccolo ceppo in pietra che suscitò il nostro interesse, l’allevatore Achille Serani ci fecce parte di una particolare tradizione ancora in uso trent’anni fa. Al momento di acquisto di un terreno, venivano posti questi piccoli ceppi in pietra, sotto ai quali venivano “sacrificati” dei cocci di ceramica. Ebbene questa è una tradizione della religione arcaica. Il sacrificio di cocci o ex-voto era pratica comune, ma il fatto di sotterrarlo indicava una origine infernale della divinità in questione, il ché ben si lega con la funzione agricola del confine. Possiamo qui fare una ipotesi, se il culto di Terminus si è protratto fino a qualche decennio fa, significa che era ancora vivo nelle menti dei sabini durante tutto il periodo storico fino ai nostri giorni. Ed ecco che il nome della montagna dei reatini e dei romani, il Terminillo, prende tutto il suo senso. Infatti il Terminillo è stato la linea di confine tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio per secoli.

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