Il moscerino e il locandiere

“Oh moscerino inebriato nella botte della locanda, innamorato della zuppa di fagioli, sarai fulminato da codesto locandiere!” Così potremmo rimaneggiare il verso di Rimbaud. Ci piace immaginare il grand tourist del ‘800 soggiornare in meravigliosi palazzi rinascimentali, fare schizzi dei dipinti dei maestri italiani e sorseggiare un buon vino del Chianti mangiando qualche fetta di culatello e finocchiona. La realtà era ben diversa! Il turista che arrivava in Italia doveva dormire per lo più in locande da strada messe male e frequentate male, da briganti e prostitute! In quanto al cibo e il vino… non era ancora l’enogastronomia decantata dai nostrani giornalisti! L’alimentazione “povera” era composta soprattutto di bolliti, zuppe di legumi, cavoli e rape, il vino era quasi sempre vinaccia di bassa gradazione, soltanto i nobili signori avevano vigneti degni di questo nome. L’esperienza di un giovane Edward Lear in una locanda di Antrodoco potrebbe esserci di aiuto ad immaginare la situazione.

Sulla strada che conduce da Civita Ducale ad Antrodoco fummo sorpresi da un temporale e noi ed i nostri bagagli erano zuppi, molti miei disegni rovinati. Arrivati ad Antrodoco non eravamo presentabili, quindi decidemmo di non soggiornare da qualche nobile signore e di dormire presso una locanda sulla strada prima del borgo. Possiamo dire che ce ne pentimmo. Seduti su degli sgabelli poco solidi intorno ad un tavolo fatto di tavolozze ineguali, aspettammo affamati che il nostro locandiere si presentasse per proporci il menù del giorno. Quando finalmente si degno di apparire, con due brocche di vino rosso in mano, le nostre richieste di carne alla brace e pane fresco le fecero ridere. Ci lasciò le brocche di quel vino insulso sul tavolo, che ci affrettammo a bere. Poco dopo si presentò con diversi piatti di zuppa di fagioli e lenticchie, cicoria bollita e pane raffermo. Altro alimento che non manca mai nelle locande italiane è l’uovo bollito, che loro mangiano continuamente. Gli italiani non sanno veramente niente di cucina. A colazione bevono soltanto un caffè che sa piuttosto di acqua, pranzano tardissimo e cenano sempre bolliti di verdure o zuppe di legumi. Si direbbe che gli italiani non conoscano la carne.

Quando impugnai il cucchiaio sicuro della fine delle nostre sofferenze, quale non fu la mia sorpresa nello scorgere che qualcun’altro si era invitato al mio banchetto e stava divorando il mio pasto. Un moscerino, sicuramente un amico del locandiere, che con il suo odore doveva richiamarne in molti, si era infilato tra me e il mio ristoro. Mi guardai intorno nella sala oscura, illuminata soltanto da qualche candela, alla ricerca del nostro oste, ma questo era sparito. Iniziavo a disperare attanagliato tra la fame ed il disgusto. In qualche misterioso modo il locandiere era riuscito ad intuire il mio problema. Apparse dalla cucina con uno schiacciamosche e prima che riuscissi a dire una parola lanciò la sua arma contro la mia zuppa proiettando il contenuto del mio piatto contro la mia casacca. Il moscerino, più piccolo dei fori dello schiacciamosche, se ne andò volando per posarsi sul rosso liquido del mio bicchiere. Lì, ubriaco e felice di aver rovinato il mio pasto e la mia bevanda, riposò per sempre nuotando in superficie.

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