Lazio: pastori, pellegrini e briganti.

Camminando per qualche vecchia via consolare, il turista inglese, francese o tedesco del 1800 vedeva scorrere dalla sua carrozza un mondo composito ed esotico. Ai pini marittimi si alternava qualche vecchia rovina, una tomba romana, un castello medievale, un acquedotto, divorati dalla vegetazione, dall’edera, i fichi e rovi carichi di more. Ai piedi di questi pini e di queste rovine, d’inverno, pascolavano i greggi di pecore venuti da Amatrice e da altre località di montagna, guidati dai pastori vestiti con i loro gilè ed i loro cappelli. Arrivando all’ombra di qualche bosco invece, eccoli che erano assaliti da una banda di briganti con la fascia a coprire la panza e tenere le brache in posto, il cappello con la piuma e lo schioppo in mano. Per il resto, il viaggio era cosparso da chiese, madonnine, santini, eremi, pievi, santuari, conventi, abbazie. Si sa, questi erano i territori del papato, ma anche dei pellegrini che per più di mille anni erano accorsi da tutta Europa.

Per un viaggiatore ancora oggi che volesse farsi una idea di cos’è il Lazio, la “provincia” di quella metropoli universale che è Roma, una terra fatta di montagne e litorali, di colline e laghi vulcanici, di campi di ulivi e di grano, dovrebbe fare uno sforzo per mettere insieme tanti pezzi oggi non visibili sui grandi circuiti turistici. Fuggendo dalla folla del Colosseo invece, il viaggiatore scoprirebbe che il mondo descritto da Goethe o Lord Byron non è scomparso, è solo nascosto come lo era allora. Visitando i Castelli Romani, il viaggiatore potrebbe deambulare nei giardini dei cardinali e delle grandi famiglie patrizie di Roma, oppure potrebbe percorrere il parco degli acquedotti e trovare dei greggi che pascolano ai piedi degli acquedotti in rovina o sotto ai pini della Via Appia Antica. Arrivando a Nemi, il viaggiatore potrebbe scoprire i resti del tempio di Diana e leggere in qualche libro o sul telefono la storia dei Rex Sacrorum per conoscere un po’ meglio i miti della fondazione di Roma, la Caput Mundi, la culla dell’Occidente.

Il turista consapevole potrebbe invece decidere di allontanarsi ancora da Roma, sia per scoprire le proprie origini, sia per conoscere meglio, in modo più autentico, cos’è la Roma della Dolce Vita. Salendo lungo i percorsi di transumanza a ritroso, il turista arriverebbe in terre dove i templi a Giove sono ancora dei boschi intatti i cui nomi rimandano all’abitante divino del luogo. Più su, potrebbe essere sorpreso da tradizioni pagane ancora in uso, come il Toro Ossequioso di Bacugno. Visitando l’Abbazia di Farfa, il turista conoscerebbe il centro della vita spirituale, culturale, economica e politica della Sabina per secoli, uno di quei centri del monachesimo benedettino che sono stati i centri della vita del Lazio dopo la caduta dell’impero (Preci, Farfa, Subiaco, Cassino, Fossanova ed altri). Tra castelli e borghi, laghi e boschi, il turista potrebbe scoprire poi la Valle Santa di San Francesco, dove l’assisano realizzò la maggior parte delle sue opere più importanti, dal primo presepe alla regola dell’ordine francescano, dal cantico delle creature al perdono dei suoi peccati. Al tempo il Papa aveva la sua corte a Rieti, ed il turista sarebbe sorpreso di vedere che a parte alcuni palazzi nobiliari rinascimentali, il resto della città, ed in particolare il monumentale complesso della Cattedrale e del palazzo papale non sono affatto cambiati.

Infine, arrivando alle località di montagna, dal Terminillo ai Monti della Laga, il turista odierno visiterebbe quei centri descritti e disegnati dal romantico inglese Edward Lear nell’800, pressochè incambiati. Quei centri nacquero da mani francesi, quelle degli Angiò, nel 1200, per favorire l’industria ed il commercio della lana. A giugno, il turista potrebbe assistere alla disputa del Palio del Velluto, sempre in tema con l’industria della lana, nel centro storico di Leonessa. Ma l’emozione più grande per un turista europeo, abituato come siamo alle grandi distese del nord europa, è di poter stringere con gli occhi l’Italia da una costa all’altra, arrampicati sulle cime dei monti reatini. In un giorno di sole particolarmente pulito, si riesce a distinguere dal Terminillo il “Cupolone”, la cupola dei romani, San Pietro.

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